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mercoledì 21 febbraio 2018

"Dal film di Beppe Grillo al libro di Angelo Antonucci la ricerca continua..."

CERCASI GESÙ - VIAGGIO INFINITO TRA ATEISMO E FEDE

DI ANGELO ANTONUCCI- Dac Ed. – DISTRIBUZIONE:  MONDADORI


 


    Il regista e scrittore Angelo Antonucci (tra i suoi film di successo: “Dio ci ha creato gratis” per Mediaset con Nino Manfredi”) ha scritto questo saggio biografico per poter parlare liberamente di Dio, Gesù, il paradiso, l’inferno, le apparizioni della Madonna, le eresie, la filosofia religiosa mettendo a confronto la sua posizione di agnostico da sempre alla ricerca di conferme e certezze e le tesi ed i brani delle scritture che invece affermano con certezza il credere in un essere superiore, infinitamente buono che ci guida nella vita. Per chi crede fermamente venire a conoscenza che molti punti della fede, oggi, possono essere messe in discussione e confutati, questo saggio potrebbe anche suscitare una reazione non favorevole , ma se la lettura è fatta con raziocino e voglia di conoscere e di confrontare tesi ed antitesi, allora le possibilità di riflessione sono molteplici tali da suscitare un desiderio di porsi domande per provare a capire e a trovare una proprio personale risposta anche fuori dallo stretto legame con la dottrina cattolica. 

   In questo saggio, afferma lo scrittore Angelo Antonucci, partendo da esperienze personali rivolgo a me stesso alcune domande. Da quanto tempo sto cercando Gesù (e quindi Dio)? Forse faccio prima a chiedermi da quando ho smesso la ricerca. Da solo pochi anni o da sempre se considero tutti i miei alti e bassi rispetto ad una "fede certa" che avesse potuto darmi sicurezza e serenità. Mi sarebbe piaciuto trovarlo ma non attraverso quei segni vaghi ed eterei di chi dice che sia sufficiente guardarsi intorno per vedere ovunque la presenza di Dio. Ma guardandomi intorno vedo, sì, belle testimonianze di gente perbene che potrebbero essere la testimonianza della sua esistenza ma poi dovrei mettermi dei doppi paraocchi e non vedere, di contrappunto, la violenza, le ingiustizie, la sofferenza. Dove sono i segnali di Dio in tutto questo? Un Dio che ha creato l'uomo a sua immagine e somiglianza e poi lo lascia al suo destino tra mille difficoltà verso se stesso e nei confronti del mondo esterno, non è un Dio che può conquistare la mia fiducia. Queste ed altre domande si pone l’autore Angelo Antonucci, ma la ricerca di Gesù continua e probabilmente dal confronto, spesso anche duro, tra ateismo e fede, possono emergere, in un processo di crescita e di studio, nuovi dubbi o vecchie certezze. 



Uff stampa -PR 

Andrea Lamia management 

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lunedì 19 febbraio 2018

POESIA, TUTTI I VINCITORI DEL XIV CONCORSO INTERNAZIONALE DI POESIA E TEATRO "CASTELLO DI DUINO"

TUTTI I VINCITORI DEL XIV CONCORSO INTERNAZIONALE DI POESIA E TEATRO "CASTELLO DI DUINO" 
Duino – Trieste, 11-24 marzo 2018 
Tre ex-aequo per il primo premio, che va al nigeriano Chinua Ezenwa-Ohaeto, alla sudafricana Sarah Lubala e al messicano Alan Bojórquez Mendoza. Vola in Messico anche il secondo premio, vinto da Daniel Alberto Pérez Segura. 
Terzo premio alla croata Ines Kosturin. Premio speciale della giuria all'ucraina Yuliia Kozhukhovska. 
Quasi mille gli autori che hanno partecipato alla più importante competizione letteraria internazionale per giovani autori, patrocinata dalla Commissione Nazionale UNESCO dal 2009.

DUINO – Sono arrivate da 57 diversi Paesi, scritte in un caleidoscopio di lingue, le poesie che hanno partecipato quest'anno al XIV Concorso Internazionale di Poesia e Teatro Castello di Duino, la più importante competizione letteraria internazionale per giovani autori dello Stivale, che la Commissione Nazionale Unesco patrocina dal 2009. 
Anche quest'anno i lavori della giuria, di carattere internazionale e composta da poeti, critici e docenti di letterature comparate, hanno richiesto alcuni mesi, perché peculiarità del concorso è di valutare tutti i testi in lingua originale
Ai giovani poeti è stato chiesto di ispirarsi al tema di quest'anno: "Home/Casa", intesa come luogo fisico o metaforico da cui si parte e a cui si ritorna, il proprio paese, la "patria", ma anche un rifugio dell'anima, insieme di memorie, consuetudini, affetti. 
 La competizione è riservata ai poeti fino ai 30 anni di età, con una graduatoria speciale per i giovanissimi, una sezione per le scuole e una sezione teatrale. 
Una cinquantina tra i giovani autori che quest'anno hanno inviato versi e pièce teatrali da ogni angolo del globo arriveranno a Trieste per partecipare, dall'11 al 24 marzo, alla Festa della letteratura e della poesia. 
Quattordici giornate di conferenze, letture, workshop, concerti, spettacoli teatrali ed esposizioni, nel cui ambito, il 18 marzo, si svolgerà la cerimonia di premiazioni del Concorso, ospitata nel Castello di Duino, la dimora che ispirò Rainer Maria Rilke per le sue elegie. 
Per la prima volta nella storia del Concorso quest'anno il podio va moltiplicato per tre: il primo premio se lo sono aggiudicati il nigeriano Chinua Ezenwa-Ohaeto con "My Home: May a Dawn bring a new Smile upon it" (La mia casa: possa un'alba portarle un nuovo sorriso), la sudafricana Sarah Lubala con "What to Say to the Immigration Officer When He Asks You Where You Are From" (Che cosa dire al funzionario dell'Ufficio immigrazione quando domanda "da dove vieni") e il messicano Alan Bojórquez Mendoza con "Cita con La Muerte" (Appuntamento con la morte). 
Vola in Messico anche il secondo premio, vinto da Daniel Alberto Pérez Segura con "Despedidas" (Congedi).  
Terzo premio alla croata Ines Kosturin con "Dječje slabosti" (Debolezze infantili). A ciascuno di questi poeti va un premio in denaro di 500 euro, di cui una parte per regolamento del concorso viene devoluta dai vincitori a progetti umanitari nel loro Paese d'origine. 
Segnalato invece con il premio speciale della giuria "Caravel", dell'ucraina Yuliia Kozhukhovska.
Vola in Nigeria anche la Targa Centro UNESCO di Trieste, vinta da Jonathan Otamere con "Ashes" (Ceneri), mentre la Targa Alut rimane in Italia: va al napoletano Emanuele Esempio, con "Austera"
Va a un giovanissimo autore italiano anche la Targa dedicata a Sergio Penco, compianto membro della giuria e raffinato poeta, destinata ai poeti under 16: quest'anno se la aggiudica il ferrarese Alessandro Gobbato, con "Parole di casa". 
Podio tutto italiano per la sezione teatrale del Concorso: la giuria ha assegnato un primo premio ex aequo (coppa, lettura scenica e pubblicazione) a Michael Crisantemi, di Terni, per "Io amavo quella casa" e a Francesca Venturelli (Giussago, Brescia), per "La piccola stanza a Kojo". 
Secondo premio per Matteo Taccola (Livorno), con "Che il fango ci sia lieve", terzo premio ex aequo per Michele Marro (Vernante, Cuneo), con "L'anonimo", e Dario Pezzotti (Cimbergo, Brescia), con "La partita che finiva sempre in parità".
Per la sezione riservata ai progetti delle scuole, infine, il primo premio, del valore di 500 euro, va stavolta diviso tra il liceo scientifico Antonio Roiti di Ferrara, per "The Poetry Art Book: Messages for Syrian Hell" e la scuola secondaria di I grado "Giacomo Bresadola"- I.C. Trento 5, per "Il villaggio della Poesia". 
Il secondo premio, di 250 euro, è stato assegnato alla scuola secondaria di I grado Don Milani, dell'I.C. di Lesmo (MB), per "Esercizi di Poesia" e "L'officina delle parole". 
Terzo premio ex aequo, 250 euro da dividere, alla scuola secondaria di I grado F. Rismondo di Trieste, per "Casa, metafora del nostro io", e alla scuola secondaria di I grado Nazario Sauro dell'I.C. Giovanni Lucio (Muggia, TS) per "Casa Home".
A testimonianza del forte impegno civile che caratterizza il concorso e per volontà di Antonietta Risolo, titolare della Casa Editrice Ibiskos Risolo, il ricavato del libro che raccoglierà le poesie dei vincitori andrà alla Fondazione Luchetta Ota D'Angelo Hrovatin, per i bambini vittime di guerra.
Festa della Letteratura e della Poesia e Concorso Internazionale di Poesia Castello di Duino 
Trieste - Duino (varie sedi)
11-24 marzo 2018


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sabato 17 febbraio 2018

Giacomo Leopardi: ritratto intimo d'autore al Teatro Palladium (21 febbraio)


 
Stagione artistica 2017/2018

Mercoledì 21 febbraio – ore 20,30

LEOPARDI:
FORSE S'AVESS'IO L'ALE

Nell'ambito della rassegna "Ritratti di scrittori e di poeti"A cura di Giuseppe Leonelli
Al pianoforte: Emanuele Frenzilli

Teatro Palladium - Università Roma Tre
Piazza Bartolomeo Romano 8, 00154 Roma
Ingresso libero fino ad esaurimento posti

Leopardi può essere considerato un miracolo: irrompe nella letteratura italiana del suo tempo come un fulmine a ciel sereno. Non ha maestri, fa tutto da solo. 

La prima parte della sua vita trascorre in buona parte nella biblioteca paterna: impara le lingue antiche e moderne; imposta un libro, lo Zibaldone, di pensieri, impressioni, ricordi che resterà uno splendido unicum nella letteratura italiana. 

Poi arriveranno le poesie, supreme per la maggior parte quelle raccolte nei Canti, e le Operette morali, la più straordinaria raccolta di poèmes en prose che sia mai stata scritta. Giacomo Leopardi non poteva non essere presente nella rassegna "Ritratti di scrittori e di poeti" che Giuseppe Leonelli dedica alle grandi e controverse firme della letteratura italiana. 

Al Teatro Palladium, mercoledì 21 febbraio, Leonelli rivisiterà la poesia leopardiana attraverso un personale colloquio con il poeta, accompagnato al piano da Emanuele Frenzilli.  

Teatro Palladium - Università Roma Tre
Prezzi spettacoli:
intero € 15 / ridotto € 10 / studenti € 5

Prevendite: tel. 327 2463456 (orario 10:00-13:00 / 15:00 – 20:00) 


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sabato 10 febbraio 2018

Novità collana di poesia CentodAutore:"Intuizioni" di Gian Paolo Roffi della Eureka Edizioni

Associazione Culturale EUREKA
EUREKA edizioni

Tredicesima pubblicazione della collana CentodAutore:
Intuizioni di Gian Paolo Roffi

L'Associazione Culturale EUREKA di Corato (Bari) propone la tredicesima pubblicazione nella collana "CentodAutore", curata da Rossana Bucci e Oronzo Liuzzi, la nuova raccolta poetica di Gian Paolo Roffi, "Intuizioni", con la formula rappresentativa ed esclusiva: 100 esemplari in piccolo formato, numerati, firmati e personalizzati da interventi diretti degli autori con un loro segno distintivo di originalità che rende il libro un connubio unico di poesia e di arte.

Dalla nota introduttiva dell'Autore: <<"Intuire": dal latino in-tueri, "guardare dentro", da cui intuitione(m) col doppio significato di "immagine riflessa nello specchio" e "contemplazione". Dunque, guardare dentro le cose, le occasioni, le situazioni. Guardare, anche, l'immagine di sé come "altro da sé" da osservare, da "contemplare". >>


Alter ego
specchio ritardatario di coscienza
specchio d'adolescenza
profetica valenza:

questa immagine questa
tarda risoluzione.
questa ripetizione
di sistemi abusati
di moduli rinviati
di ricorsi obbligati.

restano tracce avare contenute.
si contendono mute
la doppia coerenza  


Gian Paolo Roffi è nato nel 1943 a Bologna, dove vive e lavora.
Proviene, per studi e attività, dall'area letteraria, alla quale continua a fare riferimento. Ha scritto testi per spettacoli musicali (Con gli occhi di Simone, cantata dedicata alla scrittrice e militante rivoluzionaria Simone Weil, 1978; Ricordando Milly, 1981). 

All'inizio degli anni '80 è venuto in contatto con l'area della "Poesia Totale", collaborando intensamente con Adriano Spatola fino alla sua scomparsa. Ha pubblicato le raccolte di poesia Reattivi (1984), Madrigali (1986), Perverba  (1988) nelle edizioni di "Tam Tam"; e Contesti (Riccardi, 1997).

Attivo nel campo della poesia sonora, ha partecipato a numerose rassegne ed è presente in antologie-cassetta, LP e CD in Italia e all'estero. Nel 2009 ha raccolto la sua produzione sonora nell'album di 2 CD Vox (Edizioni d'Arte Félix Fénéon). E' stato redattore delle riviste "Tam Tam", "Baobab", "Dopodomani". Ha fatto parte del gruppo di poesia sonora "Baobab" e del gruppo d'intervento artistico "I Metanetworker in Spirit". Nel 2008 assieme a tre musicisti ha formato il "Jazz Poetry Quartet".

Come poeta visivo, ha realizzato la serie ditavole "L'immagine del respiro" (1986-87) e le successive "Schizografie" (1988-89 e oltre); ha pubblicato Voli, testo verbo-visivo (Edizioni Colombo, 1991); Segni & Segni, poema visuale (Il Navile Edizioni, 1997); Letterale (Ed. Offerta Speciale, 2000); Della Luna (Ed. d'Arte Félix Féneon, 2008); Syncrasies (Ed. d'ArteFélix Féneon, 2011); Sintassi dei frammenti (Campanotto Editore, 2013), Recovered Words (Edizioni Peccolo, 2016). 

Ha tenuto numerose esposizioni personali e ha partecipato ad esposizioni collettive in molti paesi del mondo. Il collage, il libro-oggetto, l'assemblaggio sono le forme prevalenti del suo lavoro artistico, sempre legato al fenomeno del linguaggio e alla visualizzazione della scrittura.
Nel 2016 Pasquale Fameli gli ha dedicato la monografia Gian Paolo Roffi. La quadratura del cerchio (Campanotto Editore).


Gian Paolo Roffi
Intuizioni
100 esemplari numerati con interventi manuali dell'autore
CentodAutore
a cura di
Rossana Bucci e Oronzo Liuzzi


CentodAutore
a cura di
Rossana Bucci e Oronzo Liuzzi

VOLUMI PUBBLICATI

  1. Alfonso Lentini, Illegali vene (2014)
  2. Eugenio Lucrezi, Nimbus (2015)
  3. Rossana Bucci – Oronzo Liuzzi, DNA (2015)
  4. Antonino Contiliano – OnDevaStar (2015)
  5. Giorgio Moio – Sui crespi marosi (2016)
  6. Francesco Aprile – Entropia del fuoco (2016)
  7. Carla Bertola – Ritrovamenti (2016)
  8. Antonio Spagnuolo – SOSPENSIONI (2016)
  9. Alberto Vitacchio – IL TORPORE DEI GRADINI (2017)
  10. Michele De Luca – Parvenze (2017)
  11. Cristiano Caggiula – Tagli e credenze (2017)
  12. Giovanni Fontana – PENULTIME BATTUTE (2017)
  13. Gian Paolo Roffi – Intuizioni (2018)


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martedì 30 gennaio 2018

Premio poesia CITTÀ DEL GIGLIO 1° EDIZIONE


L'Accademia Alfieri storica associazione letteraria fiorentina ha il piacere di annunciare la nascita del nuovo concorso per poesia edita e inedita, Città del Giglio, dedicato alla bella Firenze ma aperto a tutti gli argomenti e gli stili poetici


PREMIO LETTERARIO “CITTA’ DEL GIGLIO”

Regolamento
Il Premio è articolato nelle seguenti sezioni:
Sezione “A”: Poesia in lingua italiana edita o inedita a tema libero
Sezione “B”: Poesia in lingua italiana, redatta secondo le regole della metrica classica
Sezione “C”: Poesia sul tema “Il Viaggio”
Sezione “D”: Esordienti - riservata agli studenti di età compresa tra i 15 e i 18 anni. I partecipanti dovranno specificare su scheda separata la loro esatta data di nascita (accludere fotocopia di un documento di riconoscimento) e unire una dichiarazione di assenso dei genitori. (Fac-simile della dichiarazione: Noi sottoscritti ……………….. (nome e cognome dei genitori) dichiariamo di dare il nostro assenso alla partecipazione al concorso letterario “Città del Giglio” richiesta da nostro figlio……….(nome) e diamo altresì il nulla osta per la pubblicazione di servizi fotografici relativi alla Cerimonia di Premiazione.)

ART. 1 - La partecipazione al Premio è aperta ad autori italiani e stranieri, con testi in lingua italiana (lunghezza massima di 32 versi). È possibile partecipare a più sezioni e con più opere. Sono ammesse le opere già premiate in altri concorsi. Il testo non dovrà in alcun punto recare indicazione del nome dell’autore o altro riferimento che consenta il riconoscimento di quest’ultimo, pena l’esclusione delle opere dal concorso stesso.
E’ fatto obbligo di allegare, su scheda separata, i dati anagrafici dell’Autore, un recapito telefonico fisso o mobile e l’indirizzo e-mail.

ART. 2 - Le opere dovranno pervenire o in formato elettronico (tramite e-mail inviare l’elaborato formato in doc. o pdf, in un unico file, all’indirizzo: gioia.guarducci@alice.it), o in formato cartaceo (in questo caso dovranno essere inviate n. 2 copie stampate con un solo plico postale) al seguente indirizzo:
Premio“Città del Giglio”-Accademia Alfieri, c/o Centro Età Libera, via dei Caboto 47/2- 50127 Firenze.
La partecipazione implica l’accettazione integrale del presente regolamento, senza alcuna condizione o riserva. Si pregano gli Autori di agevolare il lavoro degli organizzatori e della giuria inviando le opere con sollecitudine senza aspettare gli ultimi giorni utili.  

ART. 3 – Iscrizione al concorso - A parziale copertura delle spese organizzative e di pubblicazione, la quota è stabilita in € 10 per la prima poesia inviata e € 5 per le successive poesie, relative sempre alla stessa Sezione.
Per gli Esordienti la quota è ridotta a € 10 per le prime 2 poesie inviate.
L’invio delle opere e il versamento delle relative quote, nel caso di partecipazione a più sezioni, deve essere fatto in un'unica soluzione entro la data del 31 MAGGIO 2018, secondo una delle seguenti modalità:
1)- versamento, presso un Ufficio Postale, o dal tabaccaio, ovunque cioè ci sia un terminale Sisal, sulla carta PostePay intestata a:
Tiziana Curti 5333 1710 5024 4124, (Codice Fiscale CRTTZN55C43D612T), pagando la quota dovuta, più 1 Euro di commissione.
2)- tramite bonifico bancario, dal conto corrente della propria Banca (anche da casa con l’home banking) . Bonifico intestato a: Tiziana Curti, codice IBAN IT90Z0760105138271323271328.
*** Si prega coloro che hanno effettuato il versamento di voler poi cortesemente comunicare per e-mail la modalità scelta e i propri dati completi a: gioia.guarducci@alice.it.

BONUS: Per i Soci Benemeriti dell’Accademia Alfieri la partecipazione al presente concorso è GRATUITA con un’opera per ogni Sezione, mentre per i Soci Sostenitori la partecipazione al presente concorso è GRATUITA con un’opera per una sola delle sezioni a loro scelta.

Art. 4 - PREMI – Sono previsti i seguenti Premi: 1) COPPA “CITTA’ DEL GIGLIO” per il Vincitore assoluto.
2) COPPA DELL’ACCADEMIA ALFIERI per il primo classificato di ciascuna Sezione. 3) DIPLOMA D’ONORE per il secondo e terzo classificato per ogni sezione. 4) PUBBLICAZIONE delle 4 Poesie Vincitrici sia sul giornale “L’Alfiere” che sul sito http://www.accademia-alfieri.it/. Gli Autori cedono il diritto di pubblicazione, senza aver nulla a pretendere come diritto d’autore. I diritti rimangono comunque di proprietà dei singoli Autori. Al termine del concorso gli elaborati non verranno restituiti. I Vincitori saranno tempestivamente avvisati. (Le coppe saranno consegnate personalmente o su delega e non verranno in ogni caso spedite). Non sono previste spese di trasferimento o soggiorno a carico del Premio.

ART. 5 – CERIMONIA DI PREMIAZIONE – La premiazione si svolgerà in una domenica di fine Ottobre 2018 presso la Sala dei Marmi, Parterre – Piazza della Libertà –Firenze. Al termine della cerimonia è organizzata la usuale cena dei Poeti, a prezzo concordato (per la prenotazione telefonare alla Segretaria dell’Accademia Leonora Fabbri: 347.4097458).
Per informazioni rivolgersi a: gioia.guarducci@alice.it

domenica 28 gennaio 2018

Per la collana di poesia CentodAutore della Eureka Edizioni

"CentodAutore, una collana delle Edizioni Eureka"
di Giorgio Moio

In terra pugliese, precisamente in quel di Corato (BA), sul finire del 2014 gli artisti visivi Rossana Bucci e Oronzo Liuzzi hanno dato vita per le Edizioni Eureka dell'omonima associazione culturale, alla collana "CentodAutore". Si tratta di pubblicazioni di poesia dell'area sperimentale di smilzi volumetti di una trentina di pagine in formato A6.

La scelta dei poeti pubblicati è ragionata in base alla qualità, meno per il nome dell'autore, il che rende l'operazione ancora più meritevole. Ogni volumetto è investito di una sorta di "opera unica" (numerate e firmate dall'autore) per via della personalizzazione della copertina, interventata da parte degli stessi, con tecnica e materiale a scelta. Piccoli gioielli di una collezione "ad arte".
Fino ad oggi sono stati pubblicate dodici opere (che qui presentiamo ricorrendo a stralci presi dalle varie prefazioni, corredate da un testo poetico.

scrivimi in corsa ai limiti del cielo
estrai pennelli, unguenti dalla borsa,
voci scalene, grappoli di luna,
scrivimi in bianco ai bordi della strada
un gerundio un avverbio una laguna (p. 10). 

Il primo volume ha visto la luce nel dicembre del 2014. Si tratta di Illegali vene di Alfonso Lentini (Favara-AG, 1951), un poemetto suddiviso in diciassette parti, introdotto da Eugenio Lucrezi che si dispiega tra sprofondamenti e immaginazione di un mondo nel chiasso dei cieli o degli abissi, ma come lo si desideri, in cui «l'intreccio serrato dei settenari e degli endecasillabi è catturante [e allo stesso tempo catturato] come una musica stregata di fatale accompagnamento, rivolta da chi scrive ad un interlocutore – il tu che lo fronteggia, muto, in ciascuna delle lasse – anch'egli esautorato del possesso del mondo, financo del controllo della sua propria vita di creatura tra le creature. In realtà il tu che fa da sponda allo scrivente è una donna […] e dunque l'opera è un farsi la corte miseramente in una wast land che a tratti risuona come in un disco dei Radiohead più freddi»:



Eugenio Lucrezi (Salerno, 1952), ora come poeta con Nimbus (2015), decide di fare a meno di un prefatore. Azzardo o scelta autoreferenziale? Nulla di tutto questo, in quanto Lucrezi ha voluto stabilire un rapporto diretto tra egli e la sua poesia, senza intermediari, facendosi trainare solo dal ritmo dei testi.
Trainare dove, trainare dove? In un porto sicuro o in una tempesta equatoriale? Convinto che non esistono porti sicuri e non possedendo la temerarietà di affrontare uragani, la sua poesia effettua una strambata per indirizzare la prua verso acque più calme che le consente di ispezionare il mondo fin nelle insenature più remote. Quando le acque agitare del mare si ritirano, la visione delle cose assume la dimensione reale, fissandosi anche sulle piccole cose o su quelle devastate ma ancora in grado di attirare l'attenzione, di suscitare meraviglia.

Fratelli

                                 a Bernardo Kelz

la fratellanza aggiunge alla rinfusa,
se fosti tolto fu per dare terra
a una nuova radice, non fa niente
se la voce che parla dice forte
di stare al posto tuo. Qui, riparato
date, il vento mi travolge. Abilitato
dal debito degli anni, prendo tempo,
convoco folle nuove al tuo cospetto.
Ma dare non è un dono, è la ventura
di chi nell'ecatombe chiude gli occhi.
Il tempo che mi prendo non mi è dato
da te, solo sfiorato nell'oscuro
dei sangui e delle lacrime. Nessuno
volle unirci nell'abbraccio. Ciascuno
per l'altro in conosciuto. Poco meno
di Dio, praticamente. (p. 12)

È sulla meraviglia, sull'attenzione di non cadere nel disincanto che si basano le poesie di Lucrezi, sulla ricerca dell'impossibile, sulla presenza figurale della narrazione ricognizionale, "lontane da domani e da ieri", "tra acqua e fuoco", solo apparentemente elevandosi dalla realtà e farsi trasportare dal vento. La cifra è data da un'avventura terrena che trapassa la presenza «… lassù, come forza / che indomita batte, già trafitta». La presenza di Dio o ricerca della propria anima? Si tratta di un viaggio mentale che porta il poeta fino ai Nambikwara, popolazione del Mato Grosso visitata da Claude Lévi-Strauss negli anni '40 del Novecento, per farsi preghiera per una nuova vita di "fratellanza" tra le lacrime di una voce che si rivolge ad un tempo trascendentale dove però non trova le risposte.


DNA (2015) è il titolo del volumetto scritto a quattro mani, quelle dei curatori della collana, Rossana Bucci, nativa di Corato (BA), e Oronzo Liuzzi (Fasano-BR, 1949). È un dialogo di un'unica voce che attraversa la memoria come una freccia nel tentativo di comprendere gli aneliti di sofferenza della realtà odierna.
Liuzzi è poeta e artista navigato (il suo primo volume di poesia, L'assoluta realtà, fu pubblicato nel 1971), più volte presente con sue opere alla Biennale di Venezia. Ma una strada ben tracciata negli ultimi anni se l'è costruita anche la Bucci, due personalità del panorama artistico che non temono ostacoli. In essi la poesia si muove per vedere ogni giorno quel filo di luce sottile dove si annidano le novità che, attraversando la strada dell'anima, non teme la realtà e le sue tenebre.
Come ci dicono i due autori, il loro è un connubio, una forza che si compensa e che guarda avanti per «un movimento di scambio e di conversione dentro e fuori la nostra vita» (Liuzzi), che «non può prescindere dal profondo rispetto dell'uno verso l'altro» (Bucci), «fuori dall'isolamento e dalla solitudine per attraversare nuovi orizzonti, verso l'oltre e lasciarsi condurre dall'energia della parola poetica per scandire un nuovo respiro di ritmo di inspirazioni e di espirazione e come scrive Rilke "Vi arriva il poeta / e poi torna alla luce con i suoi canti / e li disperde"» (Liuzzi). Ma cosa? Le luci della ribalta, le voci del successo?

Gocce di emozioni

il ritmo durevole della verità
i puntini di sospensione
dinamico modello del dire
limiti temporali
canto fluido del silenzio
lampi di attesa
profilo luminoso dell'universo
spazi infiniti di sospensione
la voce della pelle
contrari momenti
l'istante pensiero del cogliere
la negazione
dentro e fuori l'essenza della ragione
affermazione di vita
istinto l'indistinto che non dice
… per capire
gocce di emozioni
… per capirsi
e
… (p. 8)

Dunque, la loro è un'arte senza condizionamenti, lampi di significanti dell'attesa, tra spazi infiniti, dove il corpo materico della struttura poematica canta il suo dolore, «una poesia che ci stupisce, che stupisce e mira a divenire canto corale univoco della sinergia» (Bucci-Liuzzi), iscrivendosi nell'ordine dei segni, a curva e a sghimbescio, per calamitarsi nell'immenso spazio dell'arte dove il segno e la parola si rafforzano per mettersi in gioco e in continua discussione, divenendo voce ad unisono, perché, come scrive Bucci, «L'artista-poeta deve esprimere la sua idea creativa non più da solo ma ponendosi nella condizione di amalgamarsi con l'altro»


Parte da lontano Antonino Contiliano, poeta, filosofo e saggista, nato a Marsala (TP) nel 1942, con il suo OnDevaStar (2015), dalla lezione dei simbolisti e dei surrealisti, nonché da quella di un Edoardo Cacciatore prima maniera, di cui i versi della prima poesia, Spegnete quelle parole, ce la ricordano: «… risacca detriti immagini avariate… / eppure il giorno dura e si ripete… / nuda ebollizione d'insonnia all'alba…».
Si comprende subito che lo scontro della poesia in Contiliano è con la parte peggiore della società in cui siamo costretti a vivere, pregnante di gesti e parole inutili, come le chat (spegnete quelle parole macina chat), la quiete del pensiero (la ferita e il corpo non danno quiete), gli show senza proposte e spesso rissosi (il tempo pieno è il vuoto e lo show), il ricorso al dejà-vu di un postmoderno pacifico e inespresso (e più del disincanto è il dejà-vu di spago), il gossip come forma narcisistica costruito ad hoc per un quarto d'ora di notorietà (Osip, occorre bruciare le radici al gossip) e infine l'espandersi di una politica che non sa governare, della demenza di una società che non riesce più a contraddire l'inerzia in cui precipitata (è creazione priva di vita, è demenza).

Patibolo globale

al mercato dei signori della guerra
una sentenza di morte collettiva
a giro dei muri della pace S.p.a.
e subprime di insicurezza quotidiana
condita con miele al napalm o
udite udite al bosforo bianco
e tante schegge di cluster bomb
con "taglia-margherite" o daisy
cutter per pizze e mut(-il-)azioni

exstraordinary rendention aerea
una riedizione della tortura, udite
l'umanità è in pericolo, il mattatoio
allora è in edizione ogni mattino
onnipresente maisma il terrorismo
dai, convinciti, veni vidi vici, ici
islamismo brucia e cinesismo
sono invisibili, la realtà è virtuale
il visuale ormai gode in paradiso
(p. 16)

Proseguendo nella lettura di questi testi poetici, ci piace concludere con una affermazione di Stefano Lanuzza, prefatore del volumetto: «Variando fra tecniche sperimentali di scrittura e impegno sociopolitico, fra verso, pensiero e ideologia, tra guizzi furiosi di erotismo sliricizzato e amari abbandoni, Contiliano non si sottrae alla contraddizione tra l'essere poeta e, in termini non antagonistici, anche filosofo dedito a speculazioni marxiste e psicanalitiche». Non ci sono certezze nei versi di Contiliano, ma solo domande e dubbi in caduta libera.


La quinta pubblicazione riguarda molto da vicino chi scrive, Sui crespi marosi (2016), e per non essere presuntuoso o autoreferenziale, lascio il compito di discernere la mia poesia alla penna esperta e autorevole del prefatore, Francesco Muzzioli: «Conoscendo Giorgio Moio e la sua linea tendenziosa e coerente di de-strutturazione dei significanti, da vero "viaggio al termine della parola", si può rimanere in un primo tempo sorpresi da un titolo come Sui crespi marosi. Che si sia dato ad una avventurosa ed epica poesia del mare? Che guardi nostalgicamente all'indietro, al lessico poetico-aulico (alle "acque crespe" attestate in D'Annunzio)?
Sennonché, già il titolo semina qualche perplessità: i marosi, infatti, non si dovrebbero contentarsi di semplici increspature. Il "crespo" poi suscita contrastanti suggestioni: da un lato il rimando a quelli che con tali capelli solcano il mare in precarie imbarcazioni migranti – promettendo allora qui una poesia politico-etica; dall'altro lato, tutt'al contrario, la "carta crespa" farebbe della tempesta un effetto artificiale di ornamento festevole – come a dire che la poesia non può contenere tempeste di carta. Sia come sia, se stiamo ai "marosi" ci si può aspettare che qualcosa si agiti: e a movimentarsi – conoscendo l'autore – sarà per l'appunto il linguaggio».

2.

sui
crespi
marosi

colori
divertenti
ridono

a
zampillo
e

zampill-
ando
zampi-

llando
si
bagna- no
sco-
lano
gnano

gnabano
lasco
nolasco

                – sco'
                              – là
                                         –nellindifferenza

«Il procedimento fondante del testo di Moio, lo si scopre procedendo, non è semplicemente il verso monoverbale, quanto piuttosto il lavoro anagrammatico. Con esso la stessa unità lessicale viene ripresa per essere manipolata e stravolta, come passata attraverso le scosse di un bussolotto da dadi, dal quale esce rimescolata al punto da finire fuori della significazione. Non solo les mots sous les mots di saussuriana memoria, ma in qualche modo, per così dire, "le parole fuori della parola",  ossia fuori del codice. Scomposte e ricomposte a piacere le parole vanno a costituire i cascami, i rimasugli di una lingua che non corrisponde più alle conoscenze condivise nel dizionario. Sicché la poesia, surfando sulla "cresposità del maroso", ci invita a considerare la lingua non all'interno del dato della comunicazione prefabbricata, ma come un tentativo (esperimento) di comunicazione fondato sulla plasticità della materia verbale e sulla vitalità (idest libertà) del gesto comunicativo».


*

Entropia del fuoco (2016) è il titolo del volumetto di Francesco Aprile (Lecce, 1985), un giovane poeta verbovisuale, critico, giornalista, curatore, con Cristiano Caggiula, della rivista on line «Utsanga». È scontato che l'entropia del titolo non ha niente a che fare con la termodinamica, di cui l'entropia rappresenta il secondo principio (l'energia non può trasformarsi liberamente da una forma all'altra, ma esistono delle limitazioni). Per Aprile ha una rappresentanza tutta poetica definita come graduale degenerazione di un sistema, tasso di incertezza di un sistema nel tempo:

2015-10-24/25

Il numero degli alberi abbattuti, il numero, l'ombra
e la curva della caduta sul terreno. L'arrivo dell'ombra
sul terreno. Il numero degli striscioni e il numero
delle urla, la marcatura degli accenti e il rosario delle
imprecazioni. L'immagine televisiva raccoglie il fatto
da un punto di vista diffidente. L'ombra e la curva
della caduta sul terreno, l'ombra e una lunga terra
di passi d'elefante. Resistenza d'Annibale contro le
ruspe fa l'albero all'uomo. Sudore rosso di montagne
d'Epiro. Pelle scorticata dalle unghie della terra. Un
negoziato di primavera fa l'inverno calmo sulla rupe
trasparente di questo cielo senza cielo. E fa guerra la
Grecia all'Atlantide del capitalismo. Le strade occupate.
Voyeurismi d'amplesso mediatico. Il successo della
manifestazione dipende dall'onestà dalla complessione
del corpo tonale dalla metrica del dissenso dall'astinenza
da un paesaggio d'informazione. Ora le ruspe gialle, ora
la semenza, ora il grido del gallo di ritorno dalla notte,
di ritorno dalle lotte. Ora l'alfabeto nuovo dei corpi nel
mare. Migliaia di corpi nel mare. (p. 5).

Una poesia socio-politica questa di Aprile che narra sofferenze e diffidenze della gente, flash di corpi materici che denunciano l'arroganza e lo stato comatoso di una società destinata al fallimento, che corre dietro a notizie clamorose mass-mediatiche ma ipnotiche, per rincorrere un successo che sa di sconfitta prima di concretizzarsi. Paradossi e metafore, si rincorrono "… nel crespo delle nuvole al tramonto…", tra un canto della terra, il corpo della lingua che si rimette in gioco tra "la forma del volo nel vento", nella luce di una via d'uscita "o solo per trasparente amore".
Dunque, entropia come direzione, questa proposta di Aprile, o meglio trasformazione del dis-ordine. «Dentro la trasformazione del fuoco, coraggio di caverne le radici che divampano, archè superno del Mediterraneo e stretto fra le mani che si consumano, mani di un bracciante, mani che porgono aiuto, mani di chi muore, lì stretto, il fuoco. L'opera di Francesco Aprile è il continuum di un nuovo ritrovato, riacciuffato dalle grinfie retoriche e pedanti, restituito verace nella sua entropia: il Sud, un secondo capitolo della sua materia, un nuovo aspetto che il poeta, indisciplinato indagatore, grida ancora a questa "terra che balorda straborda in bocca in fumo di ansie in rivolta"» (C. Caggiula).
Le ventiquattro poesie che formano questo lavoro di Aprile sono la summa di un tentativo per frenare il sistema corrotto che reca incertezze. E lo fa con l'amore per la sua terra che da sempre ha subito soprusi e trascuratezze dal potere costituito. È lo stesso Aprile a darci una spiegazione, in una nostra recente intervista, ai nostri dubbi: «Entropia del fuoco rappresenta un "secondo capitolo" di un discorso poetico attorno al Mediterraneo, nella continua lavorazione di una lingua meridiana, che segue ad un primo lavoro edito nel 2015. L'opera vuole mantenere uno sguardo critico aperto sull'attualità del Mediterraneo: le morti giornaliere di chi cerca di attraversare il mare, un Sud non idilliaco stravolto dai rifiuti e dall'inquinamento, rapporti clientelari, impatto e prospettiva dei media su questa realtà». 
I versi di Aprile, dunque, guardano ai media, quantificando, attraverso l'informazione, errori e trascuratezze, per una poesia civile e sociale che produce in prospettiva di uno sguardo nuovo del mondo, unitamente al "fuoco" che qui è rappresentato dalla metafora di ricerca e assunzione di responsabilità estrema, con la sua mutevolezza e distruzione, rivelando all'interno delle ceneri di un discorso poetico diverse sfaccettature.


*

Dopo diversi decenni Carla Bertola, artista visuale, scrittrice, performer, promotrice di iniziative culturali (con Alberto Vitacchio dirige la rivista internazionale multimediale «Offerta Speciale» che si pubblica da circa un trentennio), nata a Torino nel 1935 dove vive, ci delizia ancora con un volume prettamente di poesia lineare, Ritrovamenti (2016), una scrittura che ha iniziato, come scrive la stessa Bertola nella nota introduttiva, «un'evoluzione costante alla fine degli anni '70 incontrando la poesia visuale e poco dopo la poesia sonora. Tuttavia, rileggendo i testi degli anni sessanta, sparsi in qualche rivista storica del periodo, ritrovo già un ritmo che doveva segnare il percorso successivo fino alle performances e alle opere visive attuali e installazioni».
Poesie degli anni sessanta, dunque. Ma qual è la principale distanza delle poesie di oggi dalle poesie del passato? «La sua vera specificità – ha scritto una scrittrice e critica francese – è quella di dare ogni volta un respiro, un ritmo complessivo che vi farà dire: "ah è la Bertola!"». Noi ci permettiamo di aggiungere sottovoce in primis il ritmo e il suono delle assonanze, allitterazioni e ossimori, lazzi e frizzi che si lanciano in picchiata come albatri, in combinazioni e accoppiamenti linguistici vertiginosi; in secondi l'ironia e l'autoironia, regalare un momento di allegria senza inganni, tra fede e amore che ci salveranno, ma richiedono massima partecipazione: «ci renderanno il tempo / perduto quando / non sapremo cosa farcene / ci renderanno tutto quando / vorranno tenerci / vivi con un inganno»:

Un foglio bianco
fa paura ha un futuro
imprevedibile strappare non serve
potrebbe servire meglio
scritto se poi è stampato
pubblicato tutto
è concesso come un matrimonio
l'incertezza è logorante crudelmente
disumana specie per quelli
che restano purtroppo non tutti
capiscono certe creature se uno
no le aiuta persino gli insetti
non si lasciano in agonia
ho visitato tanti
bar trattorie affini frequentato
chiese ospedali grandi
magazzini la solitudine
ha sempre un odore
qualche volta puzza raramente
profuma le case nuove
sono tristi perché non manca
niente eccetto la polvere ciò le rende
disadatte all'amore (p. 14)

L'ironia e il divertissement sono le peculiarità di una materia poetica cesellata in continuazione, le parole giocano a scomporsi e a ricomporsi in nome del witz, fino a rendersi allegre e movimentate. Qui, la poesia di Bertola, pur dilatandosi in ritmo calzante e arrovellato (ma non dovete stupirvi troppo – ci dice Bertola – e non pensare a un revival nostalgico) che si dipana lungo le ferite della vita, gli amori e le possibilità perdute, la ricerca dell'umiltà e il rifiuto dell'inutile dire, «dell'infelicità comune / inutile appartarsi / piangere cosa significa / un amore se ne va torna / soltanto a creare / il silenzio è cresciuto / come un'erba / da non strappare più», tra calembours e limeriks.


*

«Le parole di Antonio Spagnuolo (Napoli, 1931) sono piene e scorrono nel sangue vitale, emergono dalla profondità del vivere, sicure sconfinano nel continuo movimento dell'essere, affiorano e si aprono al mondo. Versi che non confondono il dire e non cadono nel vuoto. Promettono. Vanno oltre. Si aprono. Chiedono attenzione». Così Oronzo Liuzzi nella prefazione Per frantumi delle palpebre in silenzio, ci introduce nei testi di Sospensioni (2016) di Antonio Spagnuolo. Cosa promettono questi versi? Il vivere l'immensità del tempo e del dolore della donna amata che ha lasciato questa terra di recente, sospesa tra il visibile e l'invisibile, la speranza e il sogno, la densità della materia e il ricordo tra eros e thanatos:

"Immagini"

Per raccontare illusioni alla luna
devo ritrovare le immagini del mondo che sparisce.
Forse nel brillare del motivo, che alla deriva insiste
nell'incerta lontananza, bisogna ricucire le ore
che hanno ferito il corpo disciogliendo leggerezze.
L'approdo del silenzio è la rinuncia
che diventa uno sguardo perduto nel tuo segno,
ed il ricordo ha il marmo che scolpisce
grigio il residuo della memoria,
attimi nell'aspro separare il tuo ritorno. (p. 25)

Sono triste le giornate senza la propria amata, anche se il poeta avverte la sua presenza in ogni dove, in ogni istante della giornata. Ma è una presenza velata dai ricordi, dove si costruisce l'illusione di un possibile ritorno, di una palpito che affanna (naturalmente siamo nel campo del desiderio), di un improvviso battito di ciglia, di un sorriso infine clandestino sdrammatizzante, di un risplendere d'estate.
Le parole, il beffardo disincanto, l'azzardo di una voce che chiama tra i riflessi della luce «inseguono il rumore della gente / che non conosce la soglia del cielo / e cede all'ombra dei frammenti / tra le ciglia e gli sguardi. / L'orizzonte incide la tua assenza / che aleggia timorosa indecisa / nell'eterna vendetta dell'infinito» (p. 17).
Il profilo del proprio amore mai dimenticato rincorre i colori dell'attesa. Il volto della donna amata lascia un segno ancora vivo, una speranza «… che scioglie il fulgore di una follia».


*

In Alberto Vitacchio (Torino, 1942) la poesia è un mondo a 360°. Infatti spazia tra la poesia lineare, visuale e sonora da anni ormai. Le elaborazioni sonore di solito vengono utilizzate anche come basi per le sue performances che ha rappresentato in varie parti del mondo, eseguite di solito in collaborazione con Carla Bertola. Qui ci accingiamo a scoprire e a riscoprire il Vitacchio poeta lineare, discorrendo la raccolta Il torpore dei gradini (2017). La sua è una poesia diretta, immediata, che nasce solitamente prima dei suoi readings, dove quasi sempre propone suoi testi.
Il suono è parte intrigante di questa poesia, affascinata dalle partiture di Jhon Cage, creata da parole accorpate, se ne contano di diverse in questa raccolta (tappi conchiglia, bobine nibbio, foglio seppia, foglio carbone, bordi pagine, etc.), ma anche dal suono ripetitivo del frammento e dell'anafora:

per astio di attese
per negazioni inevitabili
per volersi voltare e chinarsi
per brama di vuoto
per contemplazione e riflessi
per prima
per allora
per vacuità magari
per assenza di specchi
per mancanza di vie sterrate
per negare il suono
per invidia del rimando
per affastellare per
per ragioni negate e trame
per rifiuto di segni
per voracità di assenza… (p. 22)

Un'invocazione alla scrittura che materializza per assonanze i fatti quotidiani nell'immaginazione di uno spazio e di un paesaggio mentali dal denso clamore. «Questa raccolta – ci dice l'autore nella nota introduttiva – o forse farei meglio a dire questo percorso od esplorazione, si ricollega ad un altro mio libro Paesaggio con cesoie. Anche allora la scrittura seguiva un paesaggio mentale, una casa vuota in una radura (tanto che avrei voluto aggiungere una sorta di mappa catastale) dove avvenivano testi congelati tra pareti e stanze ansiose di rivelarsi attraverso parole che suggerivano eventi e visitazioni […] Non saprei esattamente dire per quale ragione l'immaginare spazi e muovere chi scrive o lui che scrive mi attrae e provoca scritture che tendono ad intrecciarsi».
Uno sdoppiamento del proprio io permette di radunare le parole esistenti ma pensate altrove, nel riflesso dell'intuizione di possibili approdi. Caratteri di un'esistenza on the road si nutrono di tematiche e suggestioni di un "vissuto", anzi, di un'esperienza totale, simulando una rappresentazione dell'(in)esistente.


*

Parvenze (2017) di Miche De Luca (Pitelli, 1954), introdotto da Marzio Pieri, inizia con un quasi ossimoro (Se precipita inerzia fluida) che protende, tra emozioni e memoria, tra il bianco dilatato dove si stendono le parole, i versi che, in movimento, vengono attratti dalla luce in filigrana, «nelle viscere di fuoco / nell'epigramma silenziato». È nel bianco che la luce si manifesta dalla bava del giorno, tra «agglomerati urbani che si moltiplicano / come cavallette incresciose», nel corpulento «tempo del desiderio» in contrapposizione al «tempo dell'esserci»:

Dilemma
colore
stratosfera
Nel quaderno
delle dimenticanze
scivola
la bava del giorno
il suo perenne
prematuro
circuito. (p. 23)

Siamo di fronte ad un dramma psichico di parole intersecate e autonome che si colorano di luce come in un quadro. D'altronde De Luca, che è anche un pittore e insegnante all'Accademia di Belle Arti di Roma, ha sempre ricercato la forma informale, ipotetica,  con la complicità della luce (ritorna sempre la luce nelle poesie di De Luca, come nei suoi quadri) che vede come un dato di costante riferimento, tesa alla ricerca letteraria e pittorica, legate tra esse da un filo intimo, rafforzato dall'analisi delle forze primarie.
Anche il frammento ci sembra un elemento primario di questa poesia, poggiato su riverberi del significato di una realtà che ci circonda minacciosa alla ricerca di quel metro di misura della sorpresa, della lievitazione dei giorni e del tempo colorati da fragori insoliti. «Nessuno vuol sostenere che nel poeta non sia dato scorgere anticipi e promesse [di una cronologia della normalità], ma qui, in Parvenze, si tratta di un esperimento che va diligentemente auscultato e valutato, perché da solo quasi occupa tutto il campo. […] I suoi versi, ora, dribblano il cantabile quanto si possa, e in un flusso che sembra ubbidienze alla logica, scorrono sovra un piano che sei costretto a indovinare come rugoso e sovversivo» (Marzio Pieri, Plurime sfumature / (o) / parvenze di nero).


*

Ecco un giovane poeta interessante, Cristiano Caggiula (Roma, 1990), autore anche di poesie visuali e di scritture asemiche. In Tagli e credenze (2017), sua terza raccolta poetica suddivisa in tre sezioni, Tagli, Cadenze e Appendice, sin dal primo verso (L'uomo in disordine che ci richiama al Marcuse di L'uomo a una dimensione), come annota Francesco Aprile nell'introduzione, ci conduce subito agli intendimenti del poeta, «un movimento alacre che divarica l'orizzonte di aspettative, il mental set della struttura scritturale che è sottoposto fin da subito a smottamenti, contraccolpi, urlate frantumazioni di senso». E dalle urlate frantumazioni si creano lacerti e anafore e enjambement di una realtà dove si è smarrita la decenza e l'autocoscienza di una realtà dove il capitalismo crea sacche di povertà e morti di migranti in mare.
Allora il poeta, anziché innalzarsi sulle macerie, in una sorta di oblio, si pone in contraddizione, in contrapposizione, in guerriero della parola, come quando «Marzo cala il vespro giù per la notte / e congiunge le spighe al sole». È lo stesso Caggiula che traccia la sua linea poetica rivolta alla distruzione del piano segnico e simbolico, per un sovvertimento totale della stessa evocazione:

Un popolo che migra è cosa seria,
migrando il popolo, perde il suo nome
migrando tutta l'origine perde il suo nome
e se non c'è un nome
bisogna cercare un altro nome. Ricordano i
"e un altro nome è dato
e allora si è nominati
e allora si rinasce
e allora si è anonimi". (p. 23)

Nel vuoto inespresso e inatteso di una quotidianità delirante che prende come spunto un tema attuale quale l'immigrazione attraverso il Mediterraneo, il poeta rimesta il vuoto, insegue il gesto poietico, il rifiuto della sconfitta, dell'alternanza del fuori dalla storia. Restare dentro la storia e il refrain del poeta, evidenziato dalla lettura della contemporaneità, dei fatti tragici che avvengono quotidianamente in ogni angolo del mondo senza soluzioni, dove oltre al nome, l'uomo perde anche la vita e se gli va bene, comunque la dignità e il diritto ad un'esistenza migliore. «Il dramma della migrazione è intagliato nei versi e confluisce peso storico alla raccolta, sancendo, fra l'altro, il passaggio da scissione a lacerazione. La perdita del nome, attraverso la migrazione, comporterebbe la necessità di rifondare un nome, dunque riallacciarsi a quella forza creatrice della lingua come soffio vitale che attraversa la sezione Tagli. Il corpo sociale [politico] e individuale è lacerato dal trauma e da questo costretto a continue riparazioni» (F. Aprile).
In conclusione, diciamo che si tratta «di una poesia che, essendo corpo-attraversato, è portatrice di indirizzi, di tracce, di indizi che si ricollegano, non nell'ordine di lettura, ancora, ma per salti, per tagli in una struttura reticolare che fa del testo un parlato a più voci» (F. Aprile).


* 

Sin dalle prime pagine di Penultime battute (2017) di Giovanni Fontana ci s'imbatte nella ripetizione, quasi sistematica, dell'incipit (per questi versi). La ripetizione di poc'anzi la possiamo definire come un legale all'oralità, alla poesia sonora (di cui Fontana è uno dei rappresentanti più importanti), al ritmo e alla musica. L'altro aspetto che salta all'occhio e l'occupazione dello spazio della pagina, fonemi dilatati in ogni punto come se fosse avvenuta una esplosione, che ci riporta all'altra occupazione dell'arte fontaniana: quella visuale, concreta. Qui intesa come annullamento del campo semantico ormai rinchiuso in un cerchio che ha perso la valenza innovativa e del banale significato, per un allontanamento dell'oblio del linguaggio e della poesia in generale.
La ricerca di Fontana si poggia anche sull'accorpamento di parole diverse (strettotralegambe, ipodermoschermo, fondavanzo…) per una composizione che indebolisce i significati per far posto ai significanti, ma rappresentano (vedi ipodermoschermo) anche un attacco alle demenze che siamo costretti a sopportare dal tubo catodico, dove la cifra più evidente è la rissa, lo schiamazzo, i pianti finti, la politica asservita. «E  poi – ci dice Francesco Muzzioli nell'introduzione - omofonie, come "rovelli / riverberanti", paronomasie, "ribatte e sbatte", "tremito di tregua", e molti altri episodi linguistici che il lettore ritroverà quasi ad apertura di pagina»:

7.

dietro la portamorta
silenzionienteniente
raccordato al semema della tuanottenotte
:

assopirsi
fu stringersi a questi versi


che nulla hanno da dire
              oltre il nulla nulla
                           ché mai linguaggio fu



                                              più inadeguato 

Ad una prima lettura, si potrebbe azzardare che queste 23 poesie girano intorno a una dimensione distante da un impegno socio-politico, da una proposta politica, ma non da quella sociale ("la mappa dei migranti già converte / la tara delle luci in corpi morti"), da una utopia di una società migliore, "ché / c'era una volta / il miracolobacolo dell'utopia sociale".
Gli squarci nel corpo della parola e nella materia del linguaggio eseguiti da Fontana come un chirurgo, lasciando sul foglio lacerti e frammentazioni, intendono allontanare la valenza simbolica che si manifesta "per catene servili di fonemi stramorti", una sperimentazione che resta poesia, «che qui si presenta, infatti, nella scansione frammentaria di una serie di sezioni-pagine numerate che potremmo forse a buon diritto nominare "quadri", contiene uno sviluppo poematico che lo spinge verso una catabasi  incentivante volta, come vedremo, verso le estreme conseguenze, segno che l'esperimento, nel mentre tende a riformulare felicemente la materia della significazione, tuttavia ne contempla le difficoltà e i limiti, se non si vedono nello stesso tempo le infelicità sociali che il linguaggio comune non  riesce  a estrinsecare» (F. Muzzioli).
Per chi non conoscesse Giovanni Fontana (poliartista, performer, creatore di "romanzi sonori"), «pur non abbandonando affatto il campo in cui eccelle della voce in movimento (per usare il titolo di un suo libro complessivo), si è applicato con ottimi risultati anche alla sperimentazione "lineare", calibrando anche in quella l'energia combattiva e sorprendente propria della performance sonora» (F. Muzzioli). Infatti è autore di numerose pubblicazioni in forma tradizionale e multimediale. Il suo primo libro è il testo-partitura Radio/Dramma (Geiger,  1977), l'ultimo Déchets (Dernier Télégramme, 2014). Teorico della poesia epigenetica, ha scritto numerosi saggi, tra i quali La voce in movimento (Harta performing, 2003 – con CD) e Poesia della voce e del gesto (Sometti, 2004).
Concludendo diremmo che non c'è brillantina su queste poesie che nascono dallo strazio e dal dolore dell'impossibilità di uscire dalla normativa istituzionale della cultura, dal silenzio del quotidiano che si avvia verso il disastro, che le spezzature di parole che riformulano la materia e il contesto in cui si palesano, ovvero un pre-testo, dovrebbero abituarci a disegnare una nuova via. «In generale, potremmo dire che in "questi versi" il ritmo è tutto: sostenuto, molto più che dalla misura metrica, dalle riprese e dai rilanci anaforici» (F. Muzzioli).
Questi testi denunciano uno stato comatoso dove la poesia è rappresentata da false promesse, da lacrimevoli emozioni. E questo di Fontana, «Essendo un linguaggio cifrato, potrebbe essere proprio questo il suo significato connotativo principale: insomma la poesia parla in cifra e la sua cifra non è quella che si aspetta un determinato "orizzonte di attesa". […] Fontana crede all'impulsione dell'arte; ciò che vuole produrre è simile all'"innervazione del collettivo" che Benjamin vedeva come esito del surrealismo. Per usare la parola del testo: il risveglio della "coscienza  tattile", mediante sommovimenti e controtraumi» (F. Muzzioli). 

                                                                                                             Giorgio Moio  




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